Recensione

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Settembre/Ottobre 2002

 

 

 

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Breve sintesi storica

La Madonnina delle Lacrime


    Il 2 Febbraio 1995, festa della Presentazione di Gesù al Tempio e Purificazione di Maria, una piccola statua della Madonna cominciò a piangere sangue nel giardino di una famiglia nella parrocchia di S. Agostino, a Civitavecchia (Roma). L’immagine rappresenta la Regina della Pace e proviene, appunto, da Medjugorje.

    Dal 2 febbraio al 15 marzo ha pianto quattordici volte in presenza di molte persone che hanno rilasciato la loro testimonianza giurata davanti alla Commissione Teologica istituita dal Vescovo.

    L’ultima lacrimazione di sangue avvenne mentre la teneva tra le mani il Vescovo della diocesi, Mons. Girolamo Grillo, il quale superò ogni dubbio, spianando la strada ad un riconoscimento ufficiale.

    La statuetta fu esaminata scientificamente con risultati positivi. Non c’erano trucchi o apparecchi nascosti all’interno e le lacrime erano di sangue umano.

    Finalmente, dopo molte difficoltà estranee al fatto in sé, il Vescovo ha collocato il 17 giugno l’immagine in una teca e l’ha esposta alla venerazione dei fedeli.

    Da quel giorno è iniziato un considerevole pellegrinaggio da tutte le parti del mondo e sono state rilasciate molte relazioni di grazie, accompagnate da ex voto, che attestano la materna intercessione di Colei che tutti chiamano "Madonnina di Civitavecchia".

 

 

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COME ARRIVARE ALLA "MADONNINA"

 

    Percorso consigliato: Dallo svincolo di "Fine Autostrada" (incrocio con A12 e SS 1 Aurelia) proseguite sulla Superstrada "Civitavecchia Centro-Porto" e uscite subito per la SS 1 Aurelia. 

    Andate avanti, sempre in direzione di Civitavecchia, per immettervi sulla strada che troverete alla vostra destra al secondo cartello di "Bagni di S.Agostino", poi a metà rettilineo, sulla sinistra, scorgerete il campanile con accanto la piccola Chiesa neo-romanica di S. Agostino; luogo dove è custodita la venerata immagine della "Madonnina".

 

 

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La voce del Vescovo

Padre Pio da Pietrelcina:
il coraggio di aver paura

 

    Ricordo di aver letto un libro di un autore francese, di nome M.D. Molinié, dal titolo "Il coraggio di aver paura", in cui si sosteneva la tesi secondo la quale molti cosiddetti cristiani non credono all’esistenza dell’inferno, perché, a differenza dei santi, non hanno il coraggio di aver paura.

    Sostanzialmente, l’autore sosteneva questo: se non ci fosse l’inferno, non ci sarebbero i santi e non si riuscirebbe a comprendere perché mai Gesù Cristo, che si è proclamato Figlio di Dio, sia morto sulla Croce.

    Lo stesso Vangelo e tutto l’insegnamento in esso contenuto, che significato potrebbe avere? E' risaputo, infatti, che l’uomo istintivamente tende alla soddisfazione di tutto ciò che lo rende soddisfatto nel suo vivere quotidiano.

    Che senso avrebbe l’accettazione libera della sofferenza, del dolore, delle umiliazioni, delle offese, delle calunnie più rovinose, del lasciarsi calpestare da tutti, della scelta dell’ultimo posto e di tante altre cose.

    Se oggi la Chiesa proclama santo Padre Pio da Pietrelcina, non lo fa perché aveva le stimmate o perché, attraverso la sua intercessione, il Signore faceva e fa guarire gli ammalati. No! Sia ben chiaro: lo fa soprattutto perché quest’uomo, fin da bambino, ha avuto paura dell’inferno, cioè del peccato, di andare contro la propria coscienza. Lo fa perché ha saputo soffrire le pene più umilianti e più strazianti. Non è per le cose eclatanti che Padre Pio è santo, ma perché si lasciava calpestare da tutti, si lasciava umiliare e perché dedicava gran parte del suo tempo alla preghiera. Lo fa perché riusciva a comprendere il mistero che si nascondeva in ogni anima, anche quando, a motivo del fatto che egli era in grado di constatare la presenza del Maligno in essa, si indignava.

    Dobbiamo avere anche il coraggio di dirle apertamente queste cose, se non vogliamo ingannare la gente, facendola cadere nella tentazione di fare dei santi, e quindi dello stesso Padre Pio, una specie di amuleto da portare al collo, al petto o in tasca, perché potrebbe portare fortuna.

    Le parole più consolanti della Bibbia e dei santi non sono nulla, se la paura di dannarci eternamente, immolandoci al dio Mammona e non al Dio di Gesù Cristo, non ci aiuta a cambiare modo di vivere, rinunciando a tutti i nostri vizi e specialmente all'orgoglio che ci spinge a metterci in eterno al posto di Colui che ha stabilito quale sia il bene e quale sia il male da evitare.

    Non bisogna aver paura, allora, di parlare dell'inferno; bisogna saperne parlare come si deve.

    Perché mai, Gesù, alla fine del Padre Nostro (è la preghiera insegnataci da lui), ci chiede di terminare con le parole: ‘Ma liberaci dal Male’, cioè dal Maligno"? Le mette all’ultimo posto, ma le mette. La qual cosa significa che, anzitutto, dobbiamo rivolgerci a Lui come "Padre Nostro", cioè "Padre di tutti" (quindi buono, misericordioso) e poi ricordarci che continuamente possiamo essere vittime della tentazione che talvolta ci spinge a scegliere il Male.

    Teresa di Gesù Bambino, che è anche Dottore della Chiesa, cosi pregava spesso: "Gesù, fa che io salvi molte anime, che oggi non ci sia nemmeno un dannato e che tutte le anime del purgatorio siano salvate...Gesù, perdonami se dico cose che non bisogna dire; voglio solo rallegrarti e consolarti". E prima della sua morte (30 settembre 1879), confidava: "Non avrei mai creduto possibile soffrire tanto! Mai! Mai! Non posso spiegarmelo se non con i desideri ardenti che ho avuto di salvare le anime".

    Il che significa che la sofferenza è, oltretutto, un grande mistero di salvezza!

 

Girolamo Grillo, Vescovo

 

 

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Chiamati alla Santità

 

    Dal sussidio liturgico della canonizzazione di Padre Pio, abbiamo tratto la bella prefazione dell‘Arcivescovo Metropolita di Lecce, Mons. Cosmo Francesco Ruppi, che vuol essere un richiamo ed una esortazione per un impegno ad un cammino di santità personale e comunitario.

    La canonizzazione del Beato Padre Pio è un dono immenso non solo per i suoi innumerevoli devoti, sparsi in ogni angolo della terra ma per tutte le Chiese di Puglia, perché Dio ha scelto la nostra terra per accoglierlo da vivo, stigmatizzato, e per conservarlo nelle sue preziosissime reliquie.

    Nella mente di Dio, infatti, il Gargano, onorato nei tempi antichi dall’apparizione dell’Angelo, doveva divenire la terra della speranza e della gioia, irradiando per tutto il mondo le virtù di un santo cappuccino, che ha riempito di sé il secolo passato ed oggi sale al massimo gradino degli altari, divenendo Santo della Chiesa universale.

    Il traguardo del riconoscimento terreno della santità di Padre Pio è una grazia straordinaria, che il Signore ha riservato ai nostri tempi. Siamo oggi noi gli eredi e i discepoli del nuovo Santo e dobbiamo metterci sulla strada da lui percorsa, per raggiungere la meta suprema della salvezza.

   

    Padre Pio è Santo!

    Da sempre lo abbiamo ritenuto Santo e, se non lo abbiamo invocato pubblicamente come tale nel nostro cuore eravamo certi della sua santità.

    E' santo! E' stato santo nella sua vita terrena ed ora dal Papa viene solennemente proclamato santo e messo sul candelabro della Chiesa, per risplendere con le sue virtù ed accompagnarci nel nostro pellegrinaggio terreno.

    Padre Pio è santo, perché ha esercitato le virtù in grado eroico ed è indicato dalla Chiesa a ciascuno di noi come un modello da imitare, e da seguire.

   

    È il Santo della preghiera

    Ha sempre pregato di notte e di giorno. Ha pregato e ha insegnato a pregare nella forma più semplice e popolare. E' stato un maestro di preghiera. Fondando i gruppi di preghiera, ha consegnato alla Chiesa una moltitudine di persone, che si santificano pregando e facendo pregare.

    Ha pregato con la sofferenza nel cuore; ha pregato anche per coloro che lo facevano soffrire.

    La sua vita, come quella di san Francesco, è stata tutta preghiera e contemplazione.

   

    È il Santo della carità

Le ore trascorse al confessionile erano frutto della sua carità pastorale, del suo ardore per le anime, del suo amore per i peccatori. Anche la severità, con cui spesso trattava i peccatori e scacciava i profanatori del tempio, era autentica manifestazione di amore, di carità, di apertura di cuore verso tutti.

Nessuno s’è mai rivolto invano a lui! Nessuno s’è allontanato da lui, senza aver avuto un segno di questa carità.

La Casa Sollievo della Sofferenza è un segno visibile del suo amore per i malati, che aveva sempre nel cuore; tutta la sua vita èsegnata da uno slancio di carità.

 

    È il Santo della sofferenza

    Per mezzo secolo è stato associato alla passione di Cristo come Francesco d’Assisi; le stimmate, ricevute durante la preghiera, hanno segnato la sua vita e la sua storia. Segno di tanta sofferenza sono le molte reliquie, che contenevano traccia di sangue.

    Non solo ha sofferto, ma ha preso su di sé la sofferenza della gente: chiunque si rivolgeva a lui non solo era confortato, ma veniva anche accompagnato nel suo itinerario di dolore.

 

    Devoti e discepoli del nuovo Santo

    La gioia di vederlo santo e di partecipare alla cerimonia della canonizzazione di Padre Pio, col cuore o di persona, deve divenire, per ciascuno di noi, impegno a seguire le sue orme, a metterci, cioè, sui suoi passi, raccogliendone l’eredità e trasmettendola alle nuove generazioni.

    Le Diocesi di Puglia attraverso i loro Vescovi, hanno fiducia che l’evento della canonizzazione di Padre Pio sarà, oltre che un dono straordinario per la nostra terra, anche un forte richiamo alla santità.

    Con Padre Pio santo, anche le nostre famiglie, le comunità parrocchiali e diocesane diventeranno più sante! Vivere la santità, vuol dire fare la volontà di Dio, pregare di più, aiutare i poveri, essere fedeli all’insegnamento del Vangelo.

    A parte le stimmate e il dono dei miracoli, ottenuti per sua intercessione, la santità di Padre Pio è una santità ordinaria. Egli, cioè, non ha compiuto cose eccezionali. Non è stato né Vescovo, né Papa; non ha costruito chiese e non ha compiuto cose eccezionali; ha pregato sempre, ha sofferto moltissimo, ha amato immensamente il Signore, la Madonna, la Chiesa, il Popolo di Dio.

    Seguiamo il suo esempio di santità!

 

 

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Madre Margherita Maria Guaini

Fondatrice delle Missionarie di Gesù Eterno Sacerdote

ANNO CENTENARIO DELLA NASCITA

21/11/1902 - 21/11/2002

    Dal piccolo volume della "Collana pionieri" della casa editrice LDC, abbiamo tratto una pagina di Danilo Scomparin, perché vogliamo ricordare anche noi madre Margherita Maria Guaini, in occasione di questo Anno Centenario della nascita. Proponendovi un breve spaccato della sua spiritualità rimaniamo consapevoli che non si finirà mai di meditare le parole e di imitare l’esempio di santità che emana dalla sua figura e dalla sua opera.

    Alle sue "figlie", Suor Maria Ausilio e Suor Maria Amata, che con tanto amore vivono e operano nella nostra diocesi l’augurio affettuoso dalla nostra redazione.

 

    E' piuttosto difficile tracciare un breve profilo biografico di madre Margherita Maria Guaini.
    Si possono comunque leggere le sue lettere circolari, che vanno dal 1950 al 1990, dalle quali traspare lo spirito che voleva comunicare alle sue «figlie»; con esse si potranno un giorno delineare i tratti salienti del suo pensiero spirituale perché diventi patrimonio di tutta la Chiesa.

    Se si volesse descrivere in poche frasi la spiritualità della madre fondatrice si potrebbe dire che ella fu: una donna in costante unione orante e amicale con Gesù Cristo sommo ed eterno sacerdote, una donna in continua contemplazione del mistero del sacerdozio cattolico, una donna fatta tenerezza per ogni sacerdote, specialmente per quelli più deboli, esercitando una vera maternità spirituale tanto carente oggi nella formazione dei presbiteri, e infine una donna impegnata a far riscoprire a tutti i battezzati il loro sacerdozio comune perché vivessero la Messa in ogni istante della loro vita.

    Madre Margherita Maria Guaini, in data 13 novembre 1993, scrisse il suo testamento spirituale iniziandolo con queste parole: «Nell’ultima sera della mia vita vorrei ripetere ancora: Gesu mio, ti amo tanto!». E' una preghiera, anzi una dichiarazione di una donna che aveva capito sapienzialmente che Dio l’aveva amata per primo e gratuitamente. Compreso ciò, si era donata a lui totalmente ricambiando il suo amore. E non ha esitato a dichiararlo, sull’esempio di San Pietro che disse a Gesù: «Sì, ti sono amico». «Sì, ti voglio bene» (cf Gv 21,15). Ella esclamò con sicurezza: «Sì, io ti amo tanto, per me e per tutti». Sul suo esempio ogni cristiano è chiamato oggi a fare quella stessa dichiarazione a Gesù Cristo redentore.

    Leggiamo, ancora dal suo testamento: «Tutta la mia vita è stata un grazie a te, mio Dio, che ti sei lasciato amare da me».
   
È qui compendiata la sua vocazione specifica: ringraziare Dio, rendere a lui un sacrificio di lode.
    Ed è forse questo il testamento che ha voluto lasciare alle sue «figlie» e, tramite loro, alla Chiesa intera.
    E' un rendimento di grazie che abbraccia tutta la vita: dal concepimento alla morte, per diventare perenne nell’altra e definitiva vita. Tutto è, o meglio deve diventare, rendimento di grazie: la crescita e la maturazione, lo studio, il lavoro e lo svago, la preghiera, la contemplazione e l’azione, il bene fatto e quello ricevuto, il servizio e i servizi più umili, le gioie e anche i dolori e le malattie, la vita intera e la morte.

    È un grazie per il perdono ottenuto da Dio, tramite Gesù Cristo e la sua Chiesa, che ci abilita a perdonare «settanta volte sette», per rendere palese la misericordia e la tenerezza paterna e materna di Dio.

    E' un rendimento di grazie che si fa Eucaristia. Riuscì infatti a capire in modo eminente il carattere redentivo della salvezza operata da Gesù Cristo: Gesù Cristo soffre al nostro posto, perché siamo noi i peccatori, non lui che è innocente: Gesù soffre a nostro favore, così noi peccatori siamo da lui salvati e redenti.1

    Sull’esempio di Gesù Cristo, che si offrì al Padre per la redenzione del mondo, madre Margherita Maria Guaini offrì se stessa con Gesù, sposo dell’anima sua, al Padre quale vittima di amore e di riparazione.

    Spiritualità dunque sponsale e vittimale, che trova il suo fondamento nel messaggio evangelico, vissuta da tanti uomini e donne, religiosi e no, particolarmente nella prima metà di questo secolo, ma che oggi stenta a riemergere.

 

1) Giovanni Paolo II, lettera apostolica Salvifici doloris, nn. 16-17

 

 

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Il braccio

 

    Nel messaggio dell’unica apparizione della Vergine ai due bambini di La Salette si trova, ripetuta per ben tre volte in poche righe, l’espressione "il braccio di mio Figlio". E' evidente una pesante ammonizione di sapore biblico per la mancata sottomissione del popolo cristiano a Dio, concretizzata nella profanazione della domenica e nella bestemmia del "nome di mio Figlio".

    Maria, in lacrime, sottolinea che di fronte a un rifiuto così radicale "sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio: esso è così pesante e così forte che non posso più trattenerlo".

    Che dire? Anche il trionfale lassismo cattolico a queste parole non può che attribuire il chiaro senso che hanno: è una minaccia di castigo, tanto più grave quanto è autorevole chi la pronuncia e toccanti le lacrime incessanti di una madre dinanzi a figli amati e ribelli. Mi rendo ben conto che parlare oggi di castighi divini è "politicamente scorretto" e che, neppure chi dovrebbe per missione, si arrischia su un terreno così pericolosamente minato. Ma allora si deve onestamente riconoscere che è scorretta tutta la Bibbia, dalla prima pagina della Genesi, dove si minaccia e si castiga, al durissimo linguaggio apocalittico del "Vivente" alle Sette Chiese dell’Asia.

 

    Scandalo intollerabile

    Il "braccio del Figlio" di cui parla la Visione de La Salette richiama alla mente il giudizio universale michelangiolesco della Cappella Sistina: Gesù, pur dal volto sovranamente composto, alza il possente braccio destro minaccioso verso la torma dei dannati, tremanti e disperati alla sinistra di Lui. Di fianco, rannicchiata in un doloroso timore, la Madre.

    Ti soffermi ad ammirare l’estetica del capolavoro, ma, vaccinato dal permissivismo attuale, non raggiungi il messaggio evangelico della raffigurazione.

    Il regno di Dio è sotto il segno della beatitudine, eppure la Bibbia parla spesso di punizioni; il disegno divino mira a riconciliare ogni creatura con Dio, ma ecco i flagelli che si abbattono sul perverso e anche sull’innocente, ecco l’inferno che separa da Lui l’empio, definitivamente.

    Scandalo intollerabile non appena si perde il senso delle verità soggiacenti alla pena: il peccato, il giudizio, l’amore.

    Il peccato è la ribellione dell’uomo al disegno del Creatore. Allora "di quale grande castigo sarà ritenuto degno chi avrà calpestato il Figlio di Dio e disprezzato quel sangue dell’Alleanza dal quale è stato santificato? È terribile cadere nelle mani del Dio vivente!" (Eb. 10,29). Chi dunque misconosce la divinità e la religione o semplicemente l’ignora, vive in uno stato di radicale peccato. La reazione dell’Amore tradito è — come accade nelle relazioni umane — l’ira di Dio, che si traduce in punizione, ma non allo scopo di cieca vendetta come tendiamo a fare noi — bensì, con paterna pedagogia, per indurre il traviato al ravvedimento e il giusto al salutare distacco dalle creature per aderire a Lui solo.
    Il fedele perciò china il capo nella dolorosa prova, memore che Dio dice: "Ecco, ti ho purificato come argento, ti ho provato nel crogiolo dell’afflizione" (Is. 48, 10).
    Anche Gesù disse espressamente ai suoi amici: "Voi siete quelli che avete perseverato con me nelle mie prove" (Lc. 22,28).

    Il Padre "ha infatti dimostrato la potenza del suo braccio" proprio sul suo Figlio diletto e sulla Madre di Lui.
    Il quadro drammatico del Calvario distingue il cristianesimo da qualsiasi filosofia e religione. Lì è appeso alla croce un uomo sfigurato per le carni lacerate in ogni centimetro...

    È "il Cristo, il Figlio del Dio vivente" venuto in questo mondo a pagare nel suo corpo i peccati dell’umanità.
    Egli è l’uomo dei dolori e come lui nessuno conosce il soffrire, perché è stato trafitto per i nostri delitti. Tanto orribile è lo spettacolo, che davanti a Lui ci si copre la faccia. (Is. 53).

    E sotto il patibolo la Madre, spettatrice di una scena che ucciderebbe i leoni.
    Ma essa resta in piedi, ferma come una torre che non crolla, perché lei offre il Figlio in olocausto. Dai suoi occhi silenziose lacrime colano sul mantello imbrattato del sangue del Crocefisso. E' impossibile a questa madre non aver presente per sempre i gesti atroci degli aguzzini, i gemiti strazianti del Figlio e il suo ultimo urlo di dolore.

    Andate a riferire alla folla dei cristiani rinnegati di oggi che tutto questo è voluto da quel Braccio per la nostra redenzione e che le catastrofi personali e collettive, gli orrori che nel mondo colpiscono malfattori e innocenti sono tavole gettate a naufraghi, che chi si ritiene castigato a torto non può che ringraziare Colui che lo ha associato alla sua croce. Fallo capire ai più che i cristiani sono i seguaci di un "percosso da Dio e umiliato", il quale disse a chiare lettere: "Chi non porta la propria croce e non viene dietro a me, non può essere mio discepolo" (Lc. 14,37). I suoi prediletti sono infatti trattati come sua Madre, come i Santi, come Padre Pio.

    Dirai: Ma Gesù non è soprattutto il Risorto, che ha promesso la vita eterna ai suoi fedeli e il diritto di sedere con Lui alla destra del Padre per sempre? Sì, questa è verità di fede, ma è anche purtroppo vero che i suoi fedeli si sono tra noi vistosamente diradati, tanto che si parla sempre più di scristianizzazione e si rivendica da molti la qualifica di "laico" come onorifico stigma di libertà intellettuale e morale.

    Una ribellione, un’empietà generalizzata! Così al Cielo, che ama ineffabilmente l’uomo e ne vuole la salvezza, non resta che ripetere, anche qui a La Salette, quello che la stessa Vergine di Nazaret profetizzò duemila anni fa:  "Ha spiegato la Potenza del suo braccio, ha disperso i superbi..., ha rovesciato i potenti..." (Lc. 1,51).

    Però le grandi calamità della storia portarono provvidenzialmente sempre a una reviviscenza della fede. Tutti conosciamo infatti l’inusuale affollamento delle chiese e la crescita esponenziale delle manifestazioni di fede a New York e altrove dopo la catastrofe dell’11 settembre scorso, quasi a riconoscere implicitamente che a quel "Braccio" non si può sfuggire. Chi ha l’età ricorda che, anche qui da noi, subito dopo il flagello della seconda guerra mondiale, s’erano riempite le chiese, e Padre Lombardi predicava a Vicenza, in una strabocchevole piazza dei Signori, come del resto in tutta l’Italia.

    Ma ora, che facciamo noi, illuminati popoli europei? Non riusciamo nemmeno a ricordarci che l’unico cemento che unificò, omogeneizzandolo, il nostro vecchio continente, dalla caduta dell’Impero romano in poi, fu la religione cristiana, e percio fatichiamo a inserire questa parolina nella bolla di costituzione europea in gestazione.

    Così alla Madre di Gesù, dopo di averci mostrato l’incontenibile braccio del Figlio, non resta che piangere e arrendersi alla nostra caparbia sordità e cecità: "Io sono costretta a lasciare libero il braccio di mio Figlio. Esso è così pesante che non posso più trattenerlo!"

    Leon Bloy, che si convertì sui prati di La Salette piangendo la sua vita dissoluta, guardando al suo mondo, pregava:
    "Adesso potete piangere, piangere per sempre, Dolorosa Madre. Non avete più popolo e non avete più figli.
    Cosa farete? So che non potete più opporvi alla Collera, ma so altresì che non potete accettare che essi periscano.
    Cosa farete? Scenderete dalla vostra montagna per venire a piangere a ogni porta, come faceste a Betlemme in cerca di un rifugio qualunque per partorire il Redentore? I ministri di Dio vi rifiuteranno con ignominia. I cristiani, che nelle chiese professano di onorarvi, vi accuseranno di impostura e gli alci superbi vi getteranno in faccia il loro vomitevole intellettualismo.
    O mia Sovrana in lacrime potete davvero lasciarci morire?".

    A noi, cristiani italiani del XXI secolo, non dicono nulla le lacrime della Madonna a Siracusa nel 1953 e le lacrime di saneue d’una Sua statuetta di gesso nelle mani dell’allora incredulo Vescovo di Civitavecchia nel 1995 ?

 

Giuseppe Gamboso

Tratto da "Dimensione Spirito"
Anno XIII - n. 4 - aprile 2002

 

 

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Alla Mamma di tutte le mamme

 

    Preghiera

    Cara MADRE,
    TU, che hai dato al mondo il rimedio supremo di tutti i mali,
    GESÙ nostro Redentore,
    e sei MADRE nostra
    dal supremo istante
    della Redenzione,
    per esserci guida e conforto
    verso l‘Eternità,
    a TE affido tutta l’Umanità,
    affinché nei travagli della via,
    ogniuno senta
    la TUA mano affettuosa
    lenire le proprie sofferenze
    e nelle singole necessità spirituali,
    corporali e materiali
    ogniuno sperimenta
    la TUA MATERNITÀ

Paola Volmann
(S. Lorenzo di Sebato - BZ)

 

 

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A te che sei in preghiera

 

    Mercoledì sera,
    richiama noi in preghiera
    le intenzioni sono sempre quelle
    pace, perdono, amore
    per tutti gli uomini nel cuore.
    Ciascuna di noi, mamma, in Te confida
    e suoi cari a Te affida
    perché sia dolce in famiglia la primavera.
    Vieni Madre Nostra Dolcissima
    a ciascuna lenisci la pena
    sì che al ritornare, sia serena,
    tra i familiari suoi,
    con tanta speranza in core
    infinito grande amore,
    che supera il dolore
    mette in fuga il rancore
    allontana il malore.

Franca C.
(Civitavecchia)

 

 

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Per i nostri benefattori, vivi e defunti,
verrà celebrata la Santa Messa ogni primo sabato del mese,
giorno dedicato alla Madonna.

 

 

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