Girolamo Grillo

IL DECALOGO DELLA GIOIA

CONVERSAZIONI DA
RADIO MARIA

Introduzione di Massimo Camisasca

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MARIETTI I ROMBI

II Edizione

 

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Con il permesso dell'autore pubblichiamo un estratto

Indice

Introduzione di Massimo Camisasca
Premessa
I Tre aspetti fondamentali della Marialis Cultus: fede, obbedienza e umiltà
II La carità sollecita e la sapienza riflessiva di Maria
III Pietà verso Dio e alacrità nel compiere le pratiche religiose
IV La riconoscenza per i doni ricevuti
V Maria offerente al Tempio
VI Offerente nel Tempio e orante nella comunità apostolica
VII La preghiera di Maria nella «comunità apostolica» e con la comunità cristiana
VIII Maria e la virtù della fortezza
IX La «povertà» di Maria e la società dei consumi
X La missione educatrice di Maria
XI La maternità di Maria e il suo compito educativo
XII La delicatezza previdente di Maria
XIII Massima attenzione di Maria quando ella mette in avviso i suoi figli,
sua espressione preventiva di massima tenerezza
XIV Confidenza d’amore e gioia di Maria
XV Decalogo della gioia
XVI Salve «Regina»
XVII Monstra te esse matrem
XVIII La maternità spirituale di Maria
XIX Maria madre della Misericordia
XX La misericordia di Maria nel «sensus fidelium»
XXI Maria madre e sostegno dell’uomo in quanto persona
XXII Maria maestra di dolcezza
XXIII Speranza nostra, salve!
XXIV Ricorso a Maria
XXV «...Noi esuli figli di Eva»
XXVI Gementi e piangenti...
XXVII In questa valle di lacrime...
XXVIII Orsù dunque Avvocata nostra
XXIX E rivolgi a noi quegl’occhi tuoi...
XXX E mostraci, dopo questo esilio, il frutto benedetto del tuo seno: Gesù

 

 

INTRODUZIONE di Massimo Camisasca

Il gesto grandioso di Dio Padre, che crea dalla sovrabbondanza di gioia del suo cuore, culmina in Maria. Attraverso di lei, madre del Figlio, il Padre vuole ricondurre tutto il creato a Se stesso, alla gioia. All’interno di questo movimento di exitus e reditus sta tutto il dramma della vita umana e della storia.

Significativamente, la parte centrale di questo libro di monsignor Girolamo Grillo, vescovo emerito di Civitavecchia, prende le mosse proprio dalla gioia di Maria per poi commentare, parola per parola, la grande preghiera Salve Regina, e ritornare infine alla gioia del dono meraviglioso che Ella ci dà: il frutto benedetto del suo seno. Il testo alterna vari toni: l’esortazione paterna e la supplica filiale, il richiamo a chi legge e la preghiera, spesso poetica, rivolta a Colei che ascolta.

Già nelle prime pagine si legge la domanda dolcemente insistente: «Dove sono i tuoi occhi? Hai lo sguardo di Gesù?». Sarà Maria a introdurre lentamente il nostro sguardo in quello di suo Figlio. Questa conversione dello sguardo però non è da intendere in modo individualista o spiritualista.
Al contrario esso sarà sempre calato dentro le situazioni quotidiane che conosciamo fin troppo bene: la donna lasciata dal marito, il marito tradito dalla moglie... Si sente la voce di un pastore che ama le persone a lui affidate, e con dolce fermezza vuole indicare loro la vera vita.

Nel saluto sincero dell’«Ave», l’autore vede la possibilità che «quasi spontaneamente il nostro pensiero vada a qualche persona che ci sta particolarmente a cuore... Nel momento in cui intavoliamo il nostro dialogo con il Signore, con la Madonna, in quel momento si coinvolgono tutte le altre persone con cui abbiamo a che fare nella nostra esistenza». Attraverso Maria, nasce tra gli uomini quella familiarità semplice, simile all’affetto di una madre che porta dentro di sé tutti quelli che ama. Sono parole semplici, comprensibili da chiunque, in cui riecheggia costantemente l’invito sempre attuale di rivolgersi a Maria.

Così, monsignor Grillo passa a parlare della «Regina che ci serve», della Madre: «Vera mamma è colei che aiuta a crescere la sua creatura». Egli recupera molte parole impoverite, tra cui «dolcezza», intesa non come l’assenza di giudizio ma come l’accoglienza del dono ricevuto.
Si tratta appunto della dolcezza di una madre che accoglie la vita del suo bambino fin dal primo istante del concepimento.

Va sicuramente segnalata la precisione teologica con cui monsignor Grillo svolge il suo scritto.
Nei passi più delicati, per esempio quelli in cui tratta di Maria «mediatrice», egli si attiene alla tradizione più sicura, non senza lasciare intuire tutta la ricchezza di questo titolo di Maria.
Lei è mediatrice in quanto ci spinge verso il suo Figlio, l’unico mediatore, «perché è Lui che concederà la grazia e la conversione». Farà lo stesso più tardi nel libro, trattando del titolo di «avvocata nostra», sempre con la stessa fedeltà e intuizione. Maria opera nel nostro cuore, aiutandoci a tornare al Padre misericordioso.

Lei, poi, è madre di misericordia perché ha conosciuto tutte le caratteristiche della misericordia di Dio. «Ha conosciuto la pazienza di Dio, e lo dico specialmente alle mamme che mi ascoltano che si lamentano dei figli; la mia figlia non ritorna mai, non si converte mai, il mio marito che non si converte mai; la pazienza di Dio che dà a tutti il tempo per ravvedersi».
Non posso non riconoscere la profonda vicinanza del pensiero del vescovo ai temi che ho trattato recentemente in un libro sulla speranza, pubblicato da questa stessa casa editrice.
E' fondamentale per un cristiano imparare la pazienza che non giudica nulla prima del tempo, sicuri che Dio compirà ogni cosa.

Questa pazienza deve anche essere attiva. Davanti al tempo che passa viene da domandarsi: dove finirà tutto ciò che abbiamo vissuto? Finirà nel nulla? Ancora una volta monsignor Grillo guida il lettore verso uno sguardo più profondo: «Vivere la vita come la visse Maria accanto al suo figlio», indicando poi il contenuto eterno della vita: «Rimane l’amore con il quale facciamo le cose che passano». Manet caritas.

Proprio la difficoltà delle cose che passano, l’effimero di tante situazioni, riveste per l’autore un significato sorprendente. E' all’interno di queste difficoltà che l’egoismo viene infranto, che veniamo liberati. «Dio suscita sempre delle tempeste dentro di noi per infrangere i nostri disegni e condurci dove Egli vuole. Non credere che Dio ti abbia dimenticato perché non agisce come tu desidereresti. Egli domanda soltanto di non porre ostacoli ai suoi piani». Come disse san Benedetto quindici secoli fa, «nulla anteporre a Cristo». Proprio di questa disponibilità, di questo fiat, Maria è maestra.

Infine, il libro torna al tema della gioia, alla contemplazione del frutto della Madonna, a Gesù.

La prima parte del libro commenta le varie caratteristiche di Maria come sono state elencate nella Marialis Cultus di Paolo VI. E' ancora una meditazione calma e profonda che ci spinge, con domande chiare e ben mirate, ma anche dolci e premurose, a esaminare la nostra vita e rivolgerci a Dio per mezzo di sua Madre.

Potrebbe sembrare che l’imitazione di Maria sia principalmente una vicenda riservata alle donne. E' proprio guardando una donna come Maria che, invece, un uomo impara la vera paternità.
Quasi per rispondere a questa ultima resistenza, il vescovo ricorda la domanda di un suo ascoltatore: ma è proprio necessario essere devoti di Maria? La sua risposta è anche la nostra: ogni buon figlio ama la propria mamma.

Massimo Camisasca

 

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Premessa

 Vorrei rispondere ad alcune domande che mi sono state poste ripetutamente in questi anni, ma soprattutto di recente. Una domanda che racchiude in fondo anche le altre è questa: lei parla a Radio Maria e parla naturalmente anche della Madonna. Ma nei suoi anni, nella sua vita che cosa ha prodotto la devozione alla Madonna? A questa domanda poi è collegata un’altra, un po’ più sottile, più sofisticata e po’ più teologica: è proprio necessario essere devoti di Maria, devoti della Madonna? Non le pare che sia bigottismo? Essere devoti di Maria specialmente per un Vescovo, un sacerdote? Non basta la fede in Dio, essere sicuri di se stessi? Queste forme pietistiche, che sapore hanno?

La mia risposta è semplice, anche se stilisticamente risente del fatto di essere stata data nel corso di una conversazione radiofonica.
Ogni buon figlio ama la mamma. Se io sono convinto di quelle parole di Gesù sulla croce, quando Gesù affida Sua Mamma a Giovanni e Giovanni viene affidato alla Mamma e, in quelle parole io vedo il mio affidamento alla Mamma, è chiaro che da quel momento io mi confido con la Mamma, ho fiducia nella mamma, so di avere una mamma e non soltanto una mamma naturale perché è in cielo, ma quest’altra Mamma che mi è stata affidata proprio da colui che è l’espressione massima della mia fede, cioè da Gesù Figlio di Dio. Quindi ogni buon figlio ama la mamma.

Questo è un dato ineccepibile sul quale non dovremmo avere dei dubbi. A me sembra che questa sia una logica conseguenza del fatto che, se c’è una mamma, bisogna amarla e non "bisogna", ma istintivamente la si ama.

Se Maria è la nostra Mamma, dunque la conseguenza quale è?
Io amo la mamma, ho amato la mia mamma naturale e, se lei viene considerata mamma perché Cristo me l’ha data come mamma, devo amarla; sento il bisogno di amarla, sento il bisogno di averla vicina proprio perché, attraverso di lei, mi è più facile raggiungere il Figlio, raggiungere Colui al quale poi tutto è diretto, destinato.

Il vero amore verso la Mamma in che cosa consiste?
Noi pensiamo che essere devoti di Maria o avere queste devozioni sia un po’ una forma di pietismo, come qualcuno mi ha scritto in qualche lettera ed invece non è così.
Il vero amore verso la Mamma consiste soprattutto nell’imitare tutte le caratteristiche della mamma.
Ognuno di noi, quando è bambino, guarda la sua mamma, la guarda negli occhi, ne guarda le fattezze fisiche, ma soprattutto quelle spirituali, morali, le sue disposizioni, quello che ha nel cuore; poiché quel che si cerca di scrutare è il cuore della mamma, quindi gli aspetti fondamentali della sua vita.
Tali aspetti, quali sono? O meglio quali dovrebbero essere?
Naturalmente non li posso inventare, perché anch’io sono soggetto ad emozioni personali, specialmente quando parlo alla radio. Devo attenermi anche alle esortazioni che nel corso di questi anni e anche recentemente mi sono state date dalla Chiesa quasi proprio in base a un’autentica rivelazione dello spirito mariano.

Intendo riferirmi all’esortazione di Paolo VI Marialis Cultus al n. 57.

Leggeremo subito quindi, questo tratto della Marialis Cultus in cui vengono proprio enucleate le varie caratteristiche di Maria, che noi dobbiamo tener presenti continuamente, per cercare di richiamarle anche nella nostra vita.

Ecco che cosa è elencato nel citato n. 57:

1. La fede è l’accoglienza docile della Parola di Dio

2. L’obbedienza generosa

3. L’umiltà schietta

4. La carità sollecita

5. La sapienza riflessiva

6. La pietà verso Dio

7. L’alacrità nell’adempimento dei doveri religiosi

8. La riconoscenza per i doni ricevuti

9. L’offerta nel tempio (L’offerente al tempio)

10. Orante nella comunità apostolica

11. La fortezza nell’esilio del dolore

12. La povertà dignitosa e fidente in Dio

13. La vigile premura verso il Figlio

14. La delicatezza previdente

15. La purezza verginale

16. Il forte e casto amore sponsale.

 

Ma come fare? potrebbe dire qualcuno. Essere devoti di Maria, allora non è una cosa facile.

Intanto, senza scoraggiarci fermiamoci sul primo aspetto.

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I. Tre aspetti fondamentali della Marialis Cultus: fede, obbedienza e umiltà

Dunque, se io sono devoto di Maria, devo avere una fede grande.
Devo essere disponibile all’ascolto della Parola di Dio e non soltanto disponibile, ma accogliente, cioè devo far propria la Parola di Dio e realizzarla nella mia propria vita.

La fede è più certa dell’evidenza dei sensi e dei discorsi umani. Se io non ho la fede è inutile che mi rivolga a Maria. Se mi rivolgo a Maria è perché la mia fede è talmente forte — la fede in Dio Creatore, Dio Redentore, quindi nel Padre, nel Figlio, nello Spirito Santo — ed ha una evidenza così piena che poi naturalmente sfocia anche nel mistero dell’Incarnazione.
Ed è chiaro che il mio pensiero va a quella Donna, che veramente ha realizzato tutto questo e, divenendo proprio la prima accoglitrice della parola, accolse proprio la Parola, fece propria la Parola, la Parola si incarnò in Lei.
Quindi è chiaro che la fede era diventata per questa Donna (e deve diventare anche per me) l’evidenza dei sensi al di là di ogni discorso umano.

Non è un discorso contingente quello che sostiene la mia devozione a Maria, ma è un discorso soprannaturale, un discorso di vita, un discorso di fede.
E' dalla fede che promana la mia devozione. Non è la devozione che genera la fede, ma è la fede che genera la devozione a Maria, cioè è il fatto di rivolgermi a questa Mamma che mi aiuta a irrobustire la mia fede.

In secondo luogo, la fede, di cui sto parlando, non può essere soltanto teorica, ma concreta, operosa. E' vero che la fede giustifica le opere, ma la fede giustifica veramente quando è sostenuta anche dalle opere, e non ci si ferma soltanto alle opere, perché le opere non bastano a darci la fede.

Se le opere sono animate da una fede profonda e sono animate soprattutto dall’umiltà, allora è chiaro che al primo posto viene sempre la fede ed è la fede che ci giustifica e ci porta anche a realizzare la nostra vicinanza a Maria.

E' chiaro che, se io parlo di fede, devo vedere se, avvicinandomi alla Madonna, riesco a guardare dentro di me e vedere se c’è questa fede forte, gagliarda, che mi porta a suo Figlio. Soltanto allora posso stare tranquillo. Quindi la devozione a Maria è una verifica della mia fede.
Quando io mi metto davanti alla Madonna e comincio a recitare il Rosario soffermandomi sui misteri, è chiaro che debba pormi la domanda: ma io credo veramente che il Figlio di Dio si è incarnato? Credo veramente che esiste Dio? Credo che esiste lo Spirito di Dio che mi aiuta?
Tutte queste domande debbo pormele, perché soltanto cerco di vivere la mia fede con la mia stessa vita.
E infatti, se la devozione alla Madonna non produce un cambiamento di vita, non è niente, e lo deve produrre nel senso che io in certo qual modo riesco a controllare la mia fede, rendendomi conto se la mia vita è autentica o no, se ci sono momenti di prova durante i quali la mia fede riesce a resistere.

Infine, sempre per quanto riguarda il primo aspetto, per vivere la fede, dobbiamo dare una concreta testimonianza del Vangelo.

Sono devoto di Maria, se io non conosco il Vangelo?
Perché se non conosco il Vangelo, non lo posso realizzare nella mia vita, non posso pormi problemi che la proposta evangelica continuamente mi mette sotto gli occhi.

Quante domande, quindi, sono costretto a rivolgermi per il fatto di essere vicino alla Madonna.

 

Secondo aspetto sottolineato nel n. 57 della Marialis Cultus è l’obbedienza generosa.

Devoto di Maria? Sono devoto di Maria se entro nel mistero dell’obbedienza, cioè se mi sforzo di essere ubbidiente come si rese Lei, altrimenti che amore è il mio verso questa Mamma? Che tipo di devozione è la mia?

Io, sono ubbidiente? Che cosa è l’obbedienza?
E' una virtù che aiuta tantissimo a liberarci dall’amor proprio. Allora mi metto davanti al Signore e alla Madonna, domandandomi: sono libero dall’amor proprio? sono superbo? sono orgoglioso? sono presuntuoso?

Il mio modo di vivere va d’accordo con la vita di quella ragazza nella quale si è incarnato il Figlio di Dio? Lei era orgogliosa? Era presuntuosa? Era superba? Lei era staccata dal prossimo? Non condivideva la miseria con la sua gente, la povertà della sua gente, i bisogni della sua gente?

Quindi, obbedienti perché capaci di liberarci dall’amor proprio.

Che cosa è allora l’obbedienza?
E' la via più rapida per arrivare alla vera adesione della volontà di Dio.

Se io non riesco a chinare la testa, se non mi piego, se sono orgoglioso, se ritengo di essere il primo della classe, di essere sapiente, di conoscere tutto con la mia razionalità, con la mia intelligenza, soltanto perché leggo molto, perché sento la radio, la televisione e capisco tutto... sono ubbidiente?

Ubbidire significa chinare la fronte. Chinare la fronte nelle tante situazioni della vita: nel matrimonio, nelle comunità religiose, nel momento difficile della malattia, della prova ecc. non è facile accettare la volontà di Dio.
No! È difficile, ma Maria con la sua vita invece è stata molto ubbidiente.
Quanti momenti difficili ha avuto Maria nella sua esistenza! Quante volte Ella ha chinato la testa e ha affrontato i problemi nei momenti di disagio, di difficoltà, nelle persecuzioni.

La via più rapida per arrivare alla vera adesione alla volontà di Dio, quindi, è l’ubbidienza.

Naturalmente non deve essere una costrizione passiva, ma un atto di amore.
Perché se qualcuno mi costringe a fare una determinata azione, la mia non è ubbidienza, è una forzatura, è un agire per necessità di cose. Se mi trovo ingabbiato, se mi trovo costretto, allora sono passivo non attivo e la vera obbedienza non è passività, ma è piena adesione alla volontà di Dio ed io dinanzi ad una situazione difficile, sono capace di chinare la fronte?

È possibile poi l’obbedienza senza l’amore? Se io non amo il Signore, se non amo Dio, se non ho la fede di Maria, se non ho l’amore grande verso Cristo Signore, chi mi aiuterà a superare la prova?
E quando viene meno la fede tutto crolla: crollano le famiglie, crolla la pace, crolla la societa.

Chi non ama Dio, veramente non sarà mai capace di ubbidire ai suoi superiori, sia a livello civile sia a livello religioso, in tutti i campi.

Maria ha ubbidito al Signore quando ha sentito la voce dello Spirito che la invitava e le chiedeva di diventare la madre del Signore; ha ubbidito ciecamente. Certamente tutti i suoi piani sono falliti, perché purtroppo, quando si ubbidisce si assiste allo sconvolgimento totale della propria esistenza.

 

Al terzo posto viene una virtù che a noi umani piace ben poco: l'umiltà schietta.

La parola umile viene dal latino humus che significa terra. E' la terra che io calpesto.
Per essere umili, quindi, bisogna lasciarsi calpestare.

Se sono un vero devoto di Maria, io me ne accorgo se quando, ad esempio, qualcuno mi infastidisce, non reagisco o quando qualcuno mi dice delle cose non molto gradevoli, chino la fronte, abbasso gli occhi, sopporto e non rispondo, e mi lascio calpestare. È difficile.

Per essere sulla via della vera umiltà, cosa devo fare allora? Non è facile essere umili, perché per essere umili bisogna ritenersi sempre deboli, sempre fragili, non presuntuosi, non orgogliosi, non forti. Chi si ritiene forte, è sempre colui che inciampa e cade per primo nella fossa. il presuntuoso cammina con la testa alta, non guarda mai la terra che calpesta, altrimenti si lascerebbe calpestare. Soltanto chi cammina guardando per terra si rende conto che avanti c’è un fossato entro il quale potrebbe precipitare.

Chi non è umile guarda le stelle, perché pensa di essere superiore alle stelle e, quindi rimane intrappolato, ingabbiato, è debole e non accetta la sua debolezza. Ma chi si rende conto di essere debole, questi è indotto ad essere attento, a misurare bene sia i passi che le parole ecc.
Allora la nostra debolezza diventa un fatto positivo, perché ci mette in una situazione in cui si ha bisogno di chiedere aiuto. Quindi chi si rende forte, è chiaro che riceverà quanto prima una bastonata e si ritroverà con le mani vuote.

Non gonfiarti per la tua scienza e non voler essere mai un dottore arrogante.

Quanti nostri fratelli, oggi sono orgogliosi per la loro prosopopea.
Basterebbe leggere i giornali, le riviste, ascoltare la televisione, certi dibattiti, uomini di scienza. Secondo costoro la Chiesa non capirebbe niente, perché non favorisce il progresso, anzi lo ostacola. Eppure chi la pensa così, non si accorge di stringere tra le mani soltanto un pugno di mosche.

I grandi scienziati, tipo Galileo Galilei e altri grandi uomini non si inorgoglivano.
Ci sono certe loro espressioni da cui si vede che essi ritenevano di non saper niente, alla maniera di sant’Agostino.
Purtroppo, però noi viviamo in un mondo di dottori arroganti; tutti sono maestri di dottrina sicura, anche se dopo qualche settimana quella loro tesi è andata in fumo.

L’umiltà ci dice che dobbiamo esprimere liberamente il nostro pensiero, ma nel modo più riguardoso. Noi possiamo avere anche delle nostre opinioni, pensare, discutere, trattare con gli altri, quindi esternare anche la nostra capacità intellettuale, ma questo dobbiamo saperlo fare, specialmente quando ci si trova tra colleghi, amici.
Non parliamo, poi, quando questo accade in famiglia. Allora il nostro più piccolo atto di umiltà vale molto di più di mille processioni, di mille presunte visioni e apparizioni.

Infine, teniamo presente che «Cristo pur essendo uguale a Dio, umiliò se stesso, annientò se stesso fino alla morte e alla morte in croce».

Con questa espressione riportiamoci sotto la croce dove vediamo quella Donna col volto rivolto al Figlio e il Figlio che guarda la Mamma raccomandandole di trasmettere a noi attraverso la Sua esperienza di Donna eucaristica, di Donna meravigliosa, la docilità alla Parola di Dio.

 

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lI. La carità sollecita e la sapienza riflessiva di Maria

La quarta caratteristica esposta nella Marialis Cultus è la Carità sollecita.

Che cosa è la carità? La carità è la legge dell’amore da cui devono partire tutte le nostre azioni. Abbiamo parlato dell’amore a proposito dell’ubbidienza.
Ma la carità che cosa è? L’amore stesso che cosa è? E' questa forza misteriosa che si sprigiona dalla fede. E da questa fede operosa e pregna di amore devono partire tutte le nostre azioni.
Ogni nostra azione, qualunque nostra azione, il nostro modo di agire nei confronti dei fratelli, il nostro modo di parlare, di dialogare, di compiere qualsiasi cosa, deve procedere dall’amore.

Che cosa c’è nel nostro cuore? Che cosa c’è nella nostra bocca? Che cosa c’è nella nostra vita, nelle espressioni anche delle nostre parole? La legge dell’amore, quindi, caratterizza un po’ tutta la vita dell’uomo.

La carità è la più forte arma che esista per fare breccia nel cuore degli uomini.
Perché tante volte dichiariamo fallimento, ci arrendiamo, ci scoraggiamo?
Perché non parliamo con amore.

Usiamo un linguaggio affettuoso? Usiamo un linguaggio dolce? Se cambiassimo tonalità quando parliamo, se usassimo un linguaggio diverso da quello che finora abbiamo usato, forse potremmo riuscire a far breccia nel cuore di chiunque tentasse di allontanarsi da noi.

Senza la carità, il cuore inaridisce e inevitabilmente ci si attacca alle cose effimere di questa terra.
Si fa una guerra in un bicchiere d’acqua. Tante volte ci perdiamo in un nulla, perché ci manca l’amore, ci manca la carità. Il cuore inaridisce e, quindi non sa parlare, non sa amare, non sa arrendersi, non sa essere docile.

Soltanto la carità ci rende disponibili nei confronti di una persona che soffre.

Amare il prossimo con amore e carità, come faceva Maria nei confronti altre persone, della cugina Elisabetta, nei confronti di tutta l’umanità. Amare Dio nell’uomo e l’uomo in Dio, senza mai strumentalizzare il nostro prossimo. Diciamo, infatti, di amare il prossimo, ma spesso confondiamo l’amore con la strumentalizzazione del nostro prossimo.

Se abbiamo la carità, se abbiamo l’amore, ciò che sembra tanto difficile da sopportare, diventa facilmente realizzabile.

 

La sapienza riflessiva di Maria

La mariologia ha superato astrattismi e trionfalismi, ancorando la vera devozione alla Madonna al dato storico dell’esistenza e della testimonianza di vita offerta da Maria.

Questo concetto è molto importante: il dato storico, cioè come Maria abbia vissuto la fede, in che cosa sia consistita la fede di Maria e che cosa dovremo fare noi per metterci sulla sua stessa lunghezza d’onda.

Ci si trova, infatti, non di fronte ad una donna disancorata dalla sua fede. ma di fronte a un soggetto di fede.

Ora tale soggetto va studiato, va guardato soprattutto da questa angolatura: attraverso i doni di singolare grazia che Ella ha profondamente vissuto nella sua vita e che continuamente indica a noi.

Quando a Fatima grida: «Penitenza, penitenza», rivolge questo angosciato anelito non soltanto ai ragazzini a cui parlava e non soltanto per il mondo di allora; no! Ella ha inteso parlare anche nella prospettiva del nuovo millennio e nella prospettiva di tutti i tempi.

Maria, quindi, ci spinge a vivere profondamente la fede e, in questo senso, il tutto va inquadrato nella sapienza riflessiva.

Domandiamoci subito allora; cosa vuole dire Paolo VI quando nella Marialis Cultus parla della sapienza riflessiva di Maria? Cosa è questa sapienza riflessiva alla quale anche noi siamo chiamati, se vogliamo metterci sulla stessa dislocazione di Maria?

Sapienza riflessiva, significa anzitutto quella sapienza che proviene dalla intimità con Dio.
Intimità divina, che cosa vuol dire? Come si può ottenere questa intimità, per potersi dire veramente vicini a Maria, devoti di Maria?

L’intimità divina si ottiene mediante la preghiera senza la quale è impossibile pervenire nella profondità del cuore; l’umanità di oggi non ha il tempo, non trova il tempo per riuscire a scendere nella profondità del proprio cuore.

Essa ha il tempo per tutto, ma non riesce a trovare qualche minuto da dedicare alla sua vita personale, intima, al suo cuore dove soltanto potrebbe incontrare Dio, il quale non abita nell’astratto dei cieli, ma è molto vicino a noi.

Ora, per arrivare a questa meta ci si deve liberare da tante cose inutili.
Domandiamoci quindi quali siano queste cose da cui è necessario disfarsi.

Sono tutte assolutamente necessarie le cose di cui noi ci interessiamo abitualmente durante la giornata? Di quante cose noi potremmo fare a meno? Ed invece tante cose inutili risultano importantissime, necessarie, assolute quasi, per la nostra vita quotidiana.

Non riusciamo a privarci neppure di cose insignificanti, poco efficienti, o rese tali dalla società in cui si vive.

La società, infatti, ci propina degli idoli, delle creature che sono talmente affascinanti che ci abbindolano fino al punto da toglierci la visuale esatta delle cose.
Perché noi non riusciamo ad evitare le conversazioni frivole?
Quanto tempo dedichiamo a queste strane cose?
Riusciamo ad evitare spettacoli indecorosi, attraenti, affascinanti?
Quanto tempo ammazziamo in una maniera sbagliata?
Se riuscissimo a liberarci da questi idoli allora e soltanto allora potremmo gustare di stare soli con il Solo. Allora e soltanto allora potremmo evitare tante cause di depressione che sono all’ordine del giorno.
Non è vero, forse, che anche i telegiornali ci propinano solo disgrazie, avversità e situazioni che sviluppano altri elementi depressivi?

Chi non riesce ad entrare nel proprio cuore rimane solo nella vita.

Infine, intimità con Dio vuol dire scoprire Dio in ogni avvenimento della nostra vita.
Quanti avvenimenti che non riusciamo a comprendere perché non facciamo riferimento al Signore. Come si comportava Maria? Si serviva delle cose più umili e nello stesso tempo delle cose più ordinarie, del quotidiano vissuto attraverso la Sua esperienza intima e profonda, mediante la quale riusciva ad entrare nel mistero.

Ella riusciva ad approfondire le cose di Dio, non mediante gli studi, e neppure mediante la lettura, che probabilmente neanche conosceva.
Ella si domandava, come dovremmo domandarci tutti noi, chi fosse Yahwe per Lei?

Yahwe dei suoi padri, il Dio di Abramo, di Isacco, di Giacobbe, questo Dio di cui le parlavano papà e mamma, questo Dio che veniva inculcato nella sua mente e nel suo cuore. Seguendo l’esempio di Maria, anche noi dovremmo porci le stesse domande.
Che cosa è il Signore per noi? E' un lontano ricordo del passato? Si tratta, forse, di un qualcuno che è andato a finire nel firmamento degli idoli su cui ci siamo arroccati? Oppure di un idoletto che ci portiamo sempre appresso agganciato alla nostra catenina, una crocetta, un cornetto, da cui non riusciamo a liberarci?

E' questo il nostro Dio?

Approfondire il mistero di Dio. Come? Attraverso i capricci? Perché ti stai ostinando nelle tue opinioni? Perché non riesci a desistere per un attimo neanche quando papà e mamma ti dicono che agiscono per il tuo bene, che ti vogliono aiutare?

Ti regoli secondo la cosiddetta situazione sociologica del mondo di oggi? Quante volte cerchi di reagire? Allora è questo il tuo Dio? Stai approfondendo le cose in questa maniera? Oppure senti il bisogno di scoprire la verità e la bellezza delle cose? Lo sai che esiste la verità? Quale verità ti sei fatta? La tua verità o la verità obbiettiva? Lo sai che c’è stato un qualcuno che Maria ebbe per Figlio, il quale un giorno ebbe a dire: «Io sono la Via, la Verità, la Vita»? Quindi quando cerchi la verità, cerchi la tua verità o la verità del Figlio di Maria? E se sei veramente devoto di Maria, puoi restare tranquillo? Qualora tu pensassi che sia sufficiente la tua verità, quella che tu raggiungi con la tua piccola razionalità, al di là della quale non sai andare perché cadi in profonde contraddizioni?

Ed infine, sempre su questo aspetto della sapienza riflessiva, si potrebbe aggiungere qualche altra considerazione. Come si può pervenire alla sapienza, che Maria aveva fatto tutta sua con la custodia del cuore? Maria custodiva sapientemente nel suo cuore le cose che vedeva.
Lo dice il Vangelo: «Vedeva, osservava, meditava nel suo cuore».

Allora, questa è la domanda che Ella ci pone. Riusciamo a custodire nel cuore le cose di Dio? Che cosa custousci, anzitutto nel tuo cuore? Che mistero c’è nel tuo cuore? Riesci a intravedere nel tuo cuore la realtà della tua esistenza? Oppure il tuo cuore si è talmente annichilito, fino al punto che hai distrutto tutti i tuoi sentimenti di amore, di solidarietà, di perdono? Riesci a liberarti dagli affetti disordinati? Perché, quando il cuore è maciullato in questi termini esiste sempre una moltitudine di affetti disordinati, trovandosi avvinghiato a un groviglio di vipere avvelenate e velenose che riescono soltanto a produrre amarezze.

E tu te ne accorgi che questo veleno penetra nell’anima tua e nell’ambiente in cui vivi?
Quanti pensieri impuri ti dominano, imprigionandoti in una situazione opprimente, che è la realtà tremenda del peccato, a cui nemmeno pensi lontanamente, perché hai perduto il senso del peccato? Ed infine, riesci a custodire il cuore dai desideri immondi? Quanti desideri occupano il tuo cuore? La conquista di quel posto, la carriera, il fatto di essere il primo della classe, di non saperti tirare indietro, di voler essere il prino in tutti i settori della vita sociale, della vita politica, della vita economica, della vita in tutti gli aspetti che ci circondano? Cerca di porti tutti questi interrogativi. perché se vuoi essere devoto di Maria, devi raggiungere anche la custodia più tranquilla dcl tuo cuore e soprattutto riscoprire il tuo cuore.

Sempre a proposito della sapienza riflessiva tipica della ragazza di Nazareth, ci sovviene la memoria di un grande santo che tutti conosciamo, Ignazio di Loyola.
Lui soleva dire di aver imparato più teologia in pochi minuti di rapimento mistico sulle sponde del Cardorìer a Manresa, dopo la sua conversione, che in tutti gli anni in cui aveva frequentato i maestri della Sorbona a Parigi.

Ma che cosa è allora questa conversione, di cui noi parliamo spesso, questa inversione a 360 gradi, che soltanto Maria con il suo intervento, con la sua intercessione presso suo Figlio, potrebbe ottenere per la nostra vita spirituale? È quello che noi tutti ardentemente desideriamo. Se avessimo, pertanto, la forza e la capacità di fare marcia indietro su tanti aspetti della nostra vita, noi recupereremmo soprattutto la fede di Maria, perché quello che manca oggi è la fede; l’umanità, il mondo occidentale specialmente, attraversa una tremenda crisi di fede; crollata la fede, tutto è lecito, ragion per cui vediamo dinnanzi a noi un orizzonte nero che ci affligge. Basti pensare all’atteggiamento di molti ragazzi che vivono il nostro tempo, avvolti in una fitta tenebra fino al punto di non riuscire a intravedere dove potrebbero incontrare il vero scopo della propria esistenza.

Occorre, quindi, puntare la nostra attenzione sulle cose di Dio.
Non credo che Maria, la ragazza di Nazareth, avesse troppa fretta da questo punto di vista.
Noi siamo frettolosi, e quasi sempre affermiamo di non riuscire a trovare il tempo per riflettere. Troviamo il tempo per tutto e non riusciamo a trovare cinque minuti per il Signore.
Se riuscissimo a trovare questo tempo, forse, se non di sicuro, entreremmo in crisi, e quella crisi sarebbe l’inizio della nostra conversione.

Senza questa crisi, senza questo ripensamento nella propria vita, con tutte le contraddizioni che ci sono nella nostra esistenza, noi non riusciremo mai a capire, a comprendere il pasticcio in cui ci siamo immersi, senza riuscire a tirarci fuori da certe situazioni che ci lasciano con la bocca amara.

Questo lo notiamo un po’ovunque e specialmente quando constatiamo che, a una certa età, uomini di pensiero, uomini di azione, uomini di varie attività, del cinema, della radio, della televisione, entrano in crisi in una maniera incredibile, perché si ritrovano con le mani vuote e non sanno neanche rendersi conto della esperienza di questo vuoto spirituale, arrivando talvolta così ad una situazione conflittuale che li porta a decisioni, probabilmente anche di natura psicopatica, che fanno paura.

Allora tanto più si potrà progredire nella vita spirituale quanto più si riesce a praticare l’esercizio della custodia del cuore, perché se questo manca, qualcosa ci sfugge; e poi anche attraverso la necessità di evitare, per quanto ci sia possibile, ogni perdita di tempo.

Se riuscissimo a fare questo proposito e a mantenerlo, noi saremmo sapienti come Maria.

Oggi nel mondo, purtroppo, manca un pizzico di sale.
Questa umanità che ci troviamo davanti è un’umanità ammalata, decrepita, ma non perché ci siano malattie endemiche che possono far paura, bensì perché il cuore è marcito. E quindi, se non riusciamo a trovare il tempo per rimettere in moto il cuore, non avremo la forza di respirare e di incontrare la bellezza e lo splendore delle cose che ci spingono verso l’alto.

 

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... continua (v.2.1.0)

 

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